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Intervista a Roberto Salmaso, General Manager di Sebigas sul potenziale energetico, di estrema rilevanza, delle deiezioni animali.

La grande disponibilità e reperibilità delle deiezioni animali rende tali biomasse tra le più utilizzate nell’alimentazione di impianti biogas per la produzione di energia rinnovabile. Tenendo conto che attualmente in Italia ci sono decine di milioni di capi di bestiame, qual è il potenziale energetico dell’allevamento in Italia?

La consistenza zootecnica italiana, seppur in calo nel corso degli ultimi 10 anni, vanta dei numeri decisamente importanti che rendono questo settore importante dal punto di vista dello sfruttamento energetico delle deiezioni. Da un punto di vista legato agli spandimenti sui terreni, tuttavia, si rinnova la necessità di costante impegno a far rispettare la direttiva nitrati specie in aree dove il carico zootecnico, ed in particolare quello di azoto, risulta essere particolarmente intensivo. Snocciolando qualche numero sulla base della tipologia di animali, la consistenza di bovini e bufalini si attesta in circa 6 milioni di capi annualmente allevati. Abbiamo poi quasi 9 milioni di suini e 72 milioni di avicoli da carne e circa 52 milioni di galline ovaiole.

Considerando le tipiche modalità di allevamento dei capi ed il peso vivo medio, la sola consistenza di bovini e suini sarebbe in grado di alimentare una potenza installata di circa 900 MW elettrici, in pratica una delle nostre centrali termoelettriche presenti sul territorio italiano. Quindi circa 300.000 (un milione di abitanti circa) utenze sarebbero alimentate dalla sola energia generata dalle deiezioni. È proprio vero, come affermava De Andrè, che dal letame nascono i fiori ovvero tanta, tantissima energia.

Allargando i confini di questo processo: quali altre biomasse possono giocare un ruolo da protagonista nella logica della circolarità?

Sul piano generale possiamo distinguere tre macro-aree nelle quali far rientrare le principali fonti di alimentazione per la produzione di biogas e biometano: sottoprodotti agroindustriali, FORSU (frazione organica dei rifiuti solidi urbani) e Fanghi di depurazione. Entrando nel dettaglio, in Italia, una discreta quota di impianti a biometano è appannaggio di unità produttive alimentate dal rifiuto organico.

La gestione dei rifiuti e la minimizzazione della quantità in conferimento presso discariche è elemento centrale nel processo virtuoso che punta allo sfruttamento della FORSU come fonte di energia e di fertilizzante. Sebigas, ad esempio, nel proprio processo di creazione di valore, trasforma in biometano i rifiuti cittadini della raccolta porta a porta e contestualmente crea un fertilizzante ad alto valore agronomico. L’integrazione sostenibile dei cicli produttivi, proprio come quello appena descritto, è tra l’altro uno degli elementi cardine presentati dal Green Deal Europeo.

Altro settore di grande rilevanza in termini di produzione bioenergetica è sicuramente quello dell’agricoltura – continua Salmaso - vero e proprio elemento strategico nella lotta al cambiamento climatico. Il potenziale di riduzione delle emissioni di GHG al 2030 connesso al mondo agricolo – secondo il CIB (Consorzio Italiano Biogas) – ammonterebbe infatti a ben 31.000 kton di Co2 annue. Tale dato corrisponde ad una riduzione del 30% delle emissioni dirette da agricoltura, e del 6% di quelle derivanti dai combustibili fossili.

Ad oggi l’Italia importa gran parte dell’energia consumata dai propri cittadini e realtà produttive. In questo scenario, quale sarebbe l’impatto di una ulteriore crescita del settore del biogas? Tale crescita sarebbe in grado di alleggerire la nostra dipendenza energetica?

Il biometano sta vivendo un vero e proprio boom a livello europeo. Secondo l’ultimo report annuale 2020 emanato dall’EBA, gli impianti attualmente presenti sono più di 700 con un aumento considerevole nell’ultimo biennio pari al 51%. A questo va aggiunto che l’Italia è il terzo produttore mondiale di biogas derivante dal settore agroalimentare con ben 2 miliardi di metri cubi prodotti annualmente. Ad oggi, il 15% degli scarti zootecnici viene trasformato in biogas ed entro il 2030 si potrà arrivare ad una percentuale del 65% con una produzione di biometano che passerebbe da 1,7 miliardi di metri cubi a 6,5 miliardi. Solo questi pochi numeri ci danno la portata di quanto l’Italia del biometano possa fare per tutti noi sia a livello locale che planetario. Certamente, come per l’Europa, il futuro non può che essere roseo e ci si aspetta che la normativa - DM 2 marzo 2018 - venga rafforzata nonché estesa oltre il 31 dicembre 2022, data della fine del periodo di incentivazione. Tale rinvigorimento porterà certamente il nostro Paese a ricoprire una posizione di primaria importanza tra i produttori di biocarburanti da qui al 2030, generando inevitabilmente una progressiva riduzione della dipendenza energetica del Belpaese.

Ad ogni modo, il beneficio che dobbiamo vedere non può e non deve limitarsi all’analisi della filiera locale o nazionale poiché Il biometano, così come il biogas, è tra i protagonisti indiscussi della riduzione dei gas climalteranti effetto serra. A livello globale si parla di riduzioni complessive nell’ordine del 10-15% con benefici che passano attraverso il risparmio di emissioni prodotte da combustibili fossili e effluenti zootecnici, produzione di fertilizzanti naturali in sostituzione di quelli di sintesi, immagazzinamento del carbonio nei suoli e cattura e stoccaggio della CO2. Quindi, non si tratta esclusivamente di aver risparmiato CO2 quanto piuttosto di aver generato un ciclo sostenibile di processi che concorrono saldamente al raggiungimento del 55% di riduzione complessiva di GHG (gas a effetto serra) entro il 2030 con l’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050. In conclusione, possiamo dire che senza dubbio il biometano potrebbe rappresentare per il nostro Paese un risparmio di 1,6 miliardi di metri cubi di importazioni di biocarburanti e un potenziale produttivo al 2030 di 8 miliardi di metri cubi, pari al 10% del consumo nazionale di gas naturale.

Il recentemente approvato PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) prevede, fra le numerose aree di incentivazione, lo stanziamento di ben 1.92 miliardi di Euro per lo sviluppo del biometano. Quali pensa saranno gli effetti generati da queste nuove risorse?

“La missione 2 del nuovo PNRR delinea vari ambiti di applicazione, ossia quello agricolo, ambientale ed energetico. Il Piano non solo prevede l’investimento di quasi 2 miliardi di Euro per le attività di sviluppo del biometano, ma fornisce un concreto supporto volto ad incrementare l’efficientamento degli impianti e a diffondere pratiche agroecologiche”. “Il mondo agricolo – continua Salmaso – ha un ruolo decisamente primario poiché in grado di consentire alle aziende di rendersi protagoniste nel processo di decarbonizzazione e, allo stesso tempo, di rinnovare i propri processi, le proprie pratiche, i propri obiettivi, per andare incontro ad un sistema più efficiente e maggiormente legato alla filiera territoriale.

“Il biometano è dunque parte di questo percorso di transizione energetica ed è decisivo nella riduzione dei gas serra (GHG). Infatti, può contribuire significativamente al raggiungimento degli obiettivi fissati al 2030 con una quota superiore all’80% di risparmio nella produzione di gas climalteranti. La produzione di biogas e biometano da processi zootecnici e agroindustriali è una concreta opportunità per l’accelerazione dell’economia circolare e lo sviluppo di modelli di business virtuosi anche nel lungo periodo. Aziende e industrie potranno quindi essere in grado di produrre non solo energia pulita, ma anche migliorare il proprio ciclo produttivo riducendo gli autoconsumi”.