Supermercato vuoto
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Consumi A cura di: Domenico Canzoniero

Blocco dei Tir, Gasbarrino (Sole365): “È come l’assalto ai forni: rischiamo di chiudere”

Negozi vuoti all'80% e più di mille pallet di freschi verso il macero. Al telefono con greenretail.news, il manager di Sole365 parla della protesta: “Una manovra pirata, un ricatto che danneggia tutti. Ma gran parte della ricchezza si perde prima di arrivare a noi, nelle intermediazioni. Ci sono passaggi che non si conoscono”

I problemi si accavallano e la GDO è spesso al centro della scena. Prima le proteste degli agricoltori e l'accusa che rivolgono alla distribuzione: comprare a centesimi, rivendere a euro. Poi il blocco dei Tir contro il caro gasolio. Il risultato è che in Campania, dal 16 ottobre, i picchetti fermano anche i rifornimenti per i depositi della grande distribuzione e gli scaffali dei supermercati si svuotano.

Mario Gasbarrino, consigliere di amministrazione di Ap Commerciale parte dai numeri dell'emergenza. Sole365 conta più di 130 supermercati, quasi 30 milioni di euro di vendite e poco meno di 1,5 milioni di visite alla settimana: oltre il 15% della grande distribuzione campana. Dai depositi passano 760.000 colli al giorno: la catena vende tanto e si è svuotata per prima perché i blocchi degli autotrasportatori impediscono l'ingresso e l'uscita dai magazzini. I negozi sono vuoti all'80% mentre i magazzini restano pieni: più di 1000 pallet di freschi rischiano il macero. Senza novità, avverte Gasbarrino, in uno o due giorni chiuderanno tutti i punti vendita. Lo abbiamo sentito al telefono.

Sappiamo che a Napoli la situazione nei supermercati è drammatica: c'entra qualcosa il prezzo pagato agli agricoltori?
“No, qui non c'entra. È l'unico caso in cui, oltre a noi, ci rimettono pure gli agricoltori: hanno merce che non riescono a consegnare e che sta per scadere. Secondo me è una manovra pirata, di sigle sfuggite anche al controllo delle organizzazioni sindacali dei trasporti. Vogliono pagare meno il carburante, ed è anche giusto, ma con un ricatto che danneggia distribuzione, agricoltori e soprattutto i clienti”.

Quanto può diventare grave l’emergenza?

“Se non cambia qualcosa, da domani i clienti rischiano di non trovare più niente. Altro che vetrine rotte: questo rischia di diventare un fenomeno molto più grande, un fenomeno sociale. Siamo all'assalto ai forni, alle gride manzoniane. Se non si interviene in tempo, quando mancherà il cibo diventerà una questione di ordine pubblico. Proprio nelle ultime ore per fortuna ci sono stati p segnali di distensione, ma l’emergenza resta. Se la situazione non si sblocca rapidamente, la tensione potrebbe aumentare, con conseguenze difficili da gestire".

Era una crisi prevedibile? Ci sono responsabilità precise?
“Certamente la situazione risente della miopia della classe politica. Salvini ha sbloccato fondi per crediti d'imposta che gli autotrasportatori aspettano da una vita. Il problema è che quando i soldi non ci sono, in un modo o nell'altro te li promettono ma poi non te li danno. E poi quei soldi bastano a poco quando l'economia va male, i prezzi aumentano e arriva la crisi internazionale dei carburanti”.

Che soluzioni può suggerire un distributore, nell'immediato e nel lungo periodo?
“Non è il mio mestiere e non conosco tutti i fatti. Ma in generale posso dire che o vai incontro alle pretese, se sono giuste, oppure ti assumi il rischio e chiami i carabinieri. Di sicuro la soluzione non è istituire un altro reato, come la legge di cui si parla, per poter sequestrare i camion. Basterebbe che li spostassero invece di sequestrarli”.

Torniamo alla questione del giusto prezzo, che sta agitando tutto il Paese e gli agricoltori in particolare. Dove va la differenza tra campo e scaffale?
“Posso dire dove non va. Vedo i numeri dei supermercati: sull'ortofrutta il ricarico è più o meno quello degli altri reparti. Non esistono ricarichi doppi o tripli. Se avessi il 30% su tutto e il 100% sull'ortofrutta, capirei che lì sto guadagnando troppo. Non siamo in questa situazione: tra un reparto e l'altro ci sono più o meno cinque punti di differenza, in più o in meno. A memoria, nelle aziende in cui ho lavorato, tolti gli sfridi, il margine dell'ortofrutta stava intorno al 35%, con un supermercato che in media lavora al 31-33%. Due, tre punti: non è lì la spiegazione. I bilanci dei supermercati non si fanno con l'ortofrutta”.

Eppure c'è chi denuncia: venduto a 11 centesimi nel campo, a 7 euro sullo scaffale.
“Chi fa un confronto del genere non ci mette i trasporti, i costi, le lavorazioni, lo sfrido. C'è la logistica, ci sono i depositi. Bisogna vedere come li fanno, questi conti, sennò diventa ridicolo. Poi ci sono i casi particolari, e da parte di alcuni non c'è una grande cultura di marketing. Ho visto chi non sapeva fare i prezzi: metteva il 40% di ricarico sia sulle ciliegie da 2 euro sia su quelle da 10. Se le paghi 10 euro e ci metti il 40%, dove vai a finire? Il margine andrebbe ragionato in valore assoluto”.

E allora dove si perde il valore?
“Dopo trenta, quarant'anni di mestiere mi sono fatto l'idea che gran parte della ricchezza si perda prima di arrivare a noi, nelle intermediazioni. Ci sono passaggi che non si conoscono. E c'è l'inefficienza del sistema: probabilmente del fornitore, ma anche della grande distribuzione. Se allunghi la filiera distruggi valore”.

Se alcuni fanno i free rider e si spingono oltre il limite il mercato non si allinea agli standard più bassi, di etica e di prezzo?
“Chi era stato accusato per le famose aste al doppio ribasso è stato segnalato. Ognuno risponde penalmente dei propri fatti. Il vero problema dell'ortofrutta è di sistema: aziende troppo piccole, troppo inefficienti, ognuno con la sua testa. In un sistema così c'è di tutto, anche chi se ne approfitta. È sbagliato, io non l'ho mai fatto, ma purtroppo è così”.