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Consumi 30 Ottobre 2026

“Mediterranea e bio: ecco la dieta vincente”

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Antonio Cianciullo

Laura Di Renzo, docente di Nutrizione Clinica all’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, spiega i vantaggi sanitari e ambientali legati alla dieta mediterranea. E il ruolo della GDO

Il Paese che tutti associano alla dieta mediterranea, il Paese in cui sono nati i primi studi scientifici sulla dieta mediterranea, non è più il Paese della dieta mediterranea. L’Italia ha perso uno dei punti di forza del suo stile di vita. Possiamo fare finta di niente? La domanda è retorica. Il no obbligato non solo per motivi etici e ambientali, ma perché i costi di questo abbandono di abitudini alimentari consolidate nei secoli stanno diventando sempre più evidenti. Lo spiega con chiarezza Laura Di Renzo, docente di Nutrizione Clinica all’Università degli Studi di Roma Tor Vergata e direttrice della Scuola di Specializzazione in Scienze dell'Alimentazione.

“La dieta mediterranea”, dice Laura Di Renzo, “è basata su un paniere di alimenti composto da verdure, cereali, legumi, frutta fresca, frutta a guscio, pesce, olio extravergine di oliva. Negli anni Sessanta, quando si è cominciato a studiare in modo scientifico il tema, in Italia il rapporto tra le calorie assunte attraverso questo tipo di alimenti e le calorie assunte attraverso altri tipi di alimentazione era tra 10 a 1 e 15 a 1. Oggi è crollato a meno di 1 a 1”.

Man mano che il mondo cominciava ad apprezzare il valore della dieta mediterranea noi l’abbiamo abbandonata. Perché?

“A causa di una transizione alimentare basata sulla progressiva diffusione di quelli che molti chiamano cibi ultraprocessati e che in realtà sono cibi molto ricchi di grassi, di zuccheri, di additivi. Questa transizione è andata più veloce proprio nel Sud Italia, dove la dieta mediterranea è stata studiata ed era profondamente radicata. E le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti”.

Cioè?

“La transizione alimentare va a braccetto con la transizione epidemiologica. Sono aumentate le malattie cronico degenerative non trasmissibili: obesità, diabete, malattie cardiovascolari. E si è evidenziato un collegamento con malattie neurologiche come il Parkinson e l’Alzheimer e con malattie tumorali”.

Eppure la vita media si è allungata in modo consistente.

“Perché, soprattutto dopo una certa età, ci imbottiamo di farmaci. Ma l’obiettivo è di prolungare una vita sana e quindi bisogna costruire le basi giuste per questo traguardo curando la qualità del cibo, dormendo il giusto e riducendo lo stress. Negli anni Sessanta, quando la dieta mediterranea era molto diffusa in Italia, queste malattie avevano un’incidenza molto più bassa”.

Dunque dal punto di vista alimentare basterebbe tornare alla dieta mediterranea?

“Purtroppo non è così semplice. Nel frattempo è cambiata la qualità in termini agricoli dei prodotti della dieta mediterranea. Basta pensare all’abuso di prodotti di chimica di sintesi che hanno impoverito la terra. E una terra povera non dà prodotti agricoli che hanno la stessa qualità in termini di vitamine e minerali. Cento grammi di insalata che vengono da un terreno coltivato secondo i disciplinari del biologico e del biodinamico non sono la stessa cosa di cento grammi di insalata che vengono da un terreno provato da anni di sfruttamento intensivo con largo uso di chimica di sintesi”.

In sintesi abbiamo un doppio problema: mangiamo meno prodotti legati alla dieta mediterranea e la qualità media di questi prodotti, in termini di vitamine e minerali, è inferiore.

“Esattamente. Dovremmo mangiare ogni giorno 700 grammi di prodotti che provengono da un regno vegetale ricco e invece ne mangiamo 400 impoveriti”.

Un bel problema nutrizionale.

“Attenzione a separare i concetti. È certamente un problema nutrizionale. Ma al tempo stesso è un problema ambientale perché nei campi c’è una larga diffusione di microplastiche, nanoplastiche, fertilizzanti e pesticidi di sintesi. Ed è anche un problema sociale perché una dieta sbagliata porta all’aumento delle malattie che ho citato, con un effetto importante dal punto di vista sanitario”.

Dunque lei dice che tornare alla dieta mediterranea non basta. Cosa serve?

“Abbiamo fatto degli studi sulla differenza di impatto fra tre tipi di alimentazione: la dieta oggi prevalentemente, la dieta mediterranea, la dieta mediterranea basata su alimenti biologici e biodinamici. E le differenze tra l’una e l’altra sono consistenti. La dieta mediterranea rappresenta un netto miglioramento rispetto all’alimentazione oggi dominante. Ma con la dieta mediterranea bio arriva un ulteriore salto positivo”.

In termini sanitari?

“Ripeto i vari livelli si intrecciano. Utilizzando prodotti locali legati alla dieta mediterranea e al sistema bio si riducono le emissioni di CO2 e al tempo stesso si hanno prodotti con valore nutrizionale più alto”.

Con che risultati dal punto di vista della salute?

“Mettendo a confronto un gruppo di volontari che hanno seguito per un mese una dieta fai da te con un gruppo di volontari che nello stesso mese hanno seguito una dieta mediterranea bio, sono emerse differenze importanti. Sono state analizzate sia la composizione del microbiota intestinale (la varietà e la qualità dei microrganismi che abitano nel nostro apparato digerente) che la riduzione dello stress ossidativo. E si sono misurate le differenze. Per i parametri ematici si è notato un aumento degli antiossidanti dal 20% al 250%. Per i batteri buoni per la nostra salute un aumento fino al 25%, per le famiglie di batteri che danneggiano il nostro equilibrio una riduzione fino al 50%”.

Mi sembra che l’obiettivo sia chiaro. Che contributo può dare la grande distribuzione? 

“Certo la grande distribuzione non può concentrarsi solo sui prodotti di stagione o solo sul bio. Ma si può dotare di spazi progressivamente sempre più ampi per i prodotti locali e per i prodotti della dieta mediterranea, sottolineando la presenza di quelli biologici. Si può anche immaginare un marchio ombrello per i prodotti che difendono al tempo stesso l’ambiente e la salute. E proporre misure di defiscalizzazione che li premino”.