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Consumi A cura di: Paolo Leone

Cibo, salute e pianeta: la lezione che arriva dalla Gran Bretagna

Quando Londra ha deciso di tassare le bevande molto zuccherate, la quota di quelle con più di 5 grammi di zucchero per 100 millilitri è scesa dal 49% al 15%. È un punto rilevante per l’Italia, dove più della metà di ciò che mangiamo passa dal canale retail che ha quindi una leva diretta sulla composizione del carrello

I dati raccolti dalla Commissione EAT-Lancet sono impressionanti. La tavola è responsabile di più di un quarto del totale delle morti premature globali. Nel rapporto pubblicato il 2 ottobre 2025 la Commissione stima che l'adozione su scala mondiale della dieta della salute planetaria eviterebbe circa 15 milioni di morti premature l'anno, pari al 27% dei decessi globali. E anche dal punto di vista ambientale non va meglio: i sistemi alimentari sono il primo responsabile dello sforamento di cinque dei nove “confini planetari” (i limiti ecologici da non superare) e generano circa il 30% delle emissioni di gas serra.

La domanda, allora, non è soltanto che cosa mangiamo. È quanto sia facile mangiare male. E soprattutto se per cambiare le abitudini alimentari si debba continuare a puntare quasi tutto sulla responsabilità individuale oppure se sia possibile intervenire sull'offerta. Il confronto fra Italia, Regno Unito e Stati Uniti porta a una conclusione interessante: la seconda strada può funzionare.

Tre paesi, tre livelli di allarme

L'Italia conserva ancora alcuni vantaggi del modello mediterraneo, ma i segnali di deterioramento sono evidenti. Tra gli 8 e i 9 anni il 19% dei bambini è in sovrappeso e il 9,8% è obeso; quasi tre su dieci hanno dunque un problema di peso. Fra gli adulti l'obesità riguarda l'11,8% della popolazione, circa sei milioni di persone, mentre il 46,9% è complessivamente in eccesso di peso. La crescita del problema è particolarmente rapida tra i giovani adulti (18-34 anni): dal 2,6% al 6,6% fra il 2003 e il 2023.

Il quadro resta però diverso da quello anglosassone. Gli alimenti ultraprocessati rappresentano in Italia circa il 17-20% dell'apporto calorico, la più bassa fra i paesi che la misurano. Ma il costo sanitario della dieta rimane pesante: secondo una stima Ocse riferita al 2019, i rischi alimentari sono associati a circa 87 mila decessi l'anno, pari al 14% del totale e secondi soltanto al fumo (il dato è riferito al 2019 ed è una stima modellistica).

Nel Regno Unito l'emergenza è più evidente soprattutto tra i bambini. Nel 2024/25 l'obesità ha riguardato il 10,5% dei bambini di 4-5 anni e il 22,2% di quelli di 10-11 anni. E la differenza sociale è impressionante: nella fascia più giovane si passa dal 6,9% delle aree meno povere al 14% di quelle più povere; nella fascia 10-11 anni dal 13,5% al 29,3%.

Negli Stati Uniti il fenomeno assume dimensioni ancora maggiori. L'obesità interessa il 40,3% degli adulti (dai 20 anni in su), con il 9,7% in condizione di obesità grave e un ulteriore 31,7% in sovrappeso: quasi 3 statunitensi su 4 hanno problemi di peso. E più della metà delle calorie consumate proviene da alimenti ultraprocessati.

La progressione è dunque diversa, ma il problema è comune: un sistema alimentare nel quale prodotti molto ricchi di zuccheri, sale, grassi e calorie sono facilmente disponibili e fortemente presenti nella dieta quotidiana. Dire alle persone di scegliere meglio è necessario. Evidentemente, però, non è sufficiente.

La Gran Bretagna ha provato un'altra strada

Qui arriva la parte più interessante del confronto. Il Regno Unito non ha risolto il problema dell'obesità: i suoi stessi dati sull'infanzia lo dimostrano. Ma ha prodotto una delle prove più convincenti del fatto che una politica pubblica può cambiare rapidamente il comportamento dell'industria alimentare.

Nel marzo 2016 il governo annunciò la Soft Drinks Industry Levy, entrata in vigore nell'aprile 2018. Non era una semplice tassa destinata a far pagare di più una bibita zuccherata: il meccanismo era costruito per spingere i produttori a cambiare la ricetta. Le bevande sopra determinate soglie di zucchero erano soggette al prelievo fiscale; quelle riformulate al di sotto della soglia ne erano invece esenti.

Il risultato è stato netto. Tra il 2015 e il 2019, la quota di bevande con più di 5 grammi di zucchero per 100 millilitri è scesa dal 49% al 15%. La ricerca che ha analizzato oltre 200 mila osservazioni di prodotti disponibili nei supermercati britannici attribuisce alla misura un forte incentivo alla riformulazione.

È questo il punto decisivo. Non è stato necessario convincere milioni di persone, una per una, a leggere l'etichetta e scegliere una bevanda meno zuccherata. Sono cambiate le bevande.

E il dato è ancora più interessante perché il confronto con la politica volontaria di riduzione dello zucchero negli alimenti confezionati racconta una storia diversa. Il programma aveva fissato un obiettivo di riduzione del 20%, ma nei primi anni il risultato fu molto più modesto, circa il 3,5%.

La differenza non è marginale: quando l'intervento lascia alle aziende la scelta di quanto e come cambiare, i risultati possono essere limitati. Quando invece cambia gli incentivi economici, la riformulazione diventa conveniente.

La lezione per l'Italia

Il caso britannico non autorizza a dire che una tassa sulle bevande zuccherate risolverà l'obesità. Non lo ha fatto nemmeno in Gran Bretagna. E non dimostra automaticamente che la stessa misura funzionerebbe allo stesso modo su tutti gli alimenti.

Dimostra però qualcosa di più concreto: si può modificare l'ambiente alimentare senza aspettare che il consumatore diventi un esperto di nutrizione.

È un punto particolarmente rilevante per l'Italia, dove più della metà di ciò che mangiamo passa dal canale reatail. Che ha quindi una leva diretta sulla composizione del carrello e, soprattutto attraverso la marca del distributore, può intervenire sulle caratteristiche dei prodotti che mette in vendita.

Anche qui occorre evitare una semplificazione: “ultraprocessato” non significa automaticamente “cattivo”. Le diverse categorie hanno profili nutrizionali e associazioni con il rischio sanitario differenti. La direzione più sensata da prendere è quindi quella della riformulazione mirata: meno zuccheri, sale e grassi dove rappresentano il problema, senza demonizzare indistintamente l'intera industria alimentare.

La lezione britannica, insomma, è semplice. Se l'ambiente alimentare spinge verso consumi malsani, non basta chiedere alle persone di essere più virtuose. Bisogna cambiare anche ciò che l'industria mette sugli scaffali. La Gran Bretagna, pur con tutti i suoi problemi ancora aperti, ha dimostrato che si può fare. E che, qualche volta, per cambiare il carrello è più efficace cambiare prima la ricetta.

       

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