Tre settimane dopo la Francia, una seconda ondata di attacchi ai sistemi di refrigerazione colpisce sei Paesi. Gli strumenti adottati per risparmiare energia e ridurre gli sprechi diventano il punto debole della catena del freddo. Ai programmi sulla sostenibilità si aggiunge un nuovo tassello
Negli ultimi anni la grande distribuzione ha collegato in rete i banchi frigo con un obiettivo preciso: sprecare meno. La telegestione degli impianti significa allarmi immediati in caso di guasto, manutenzione predittiva, consumi energetici ottimizzati e meno merce buttata per un compressore che si ferma di notte. Sono strumenti di efficienza e, in buona parte, di sostenibilità. La notte tra l’1 e il 2 novembre ha mostrato il rovescio di quella scelta. La stessa connessione che doveva proteggere il prodotto è servita a distruggerlo, e decine di supermercati europei hanno svuotato frigoriferi e congelatori portati fino a 50 gradi.
Il problema è che non era una sorpresa. A metà ottobre, dopo l’attacco a centinaia di punti vendita francesi, l’agenzia francese per la cybersicurezza aveva chiesto con urgenza di staccare da Internet i controllori di refrigerazione coinvolti. Questa volta sono stati colpiti una quarantina di negozi Delhaize, 15 Carrefour e cinque Spar in Belgio, 13 SuperValu in Irlanda, oltre a punti vendita in Svezia, Estonia, Lussemburgo e Paesi Bassi. Gli installatori belgi parlano dello stesso identico meccanismo visto in Francia. Il copione era noto e ha funzionato di nuovo.
Le reazioni all’episodio francese avevano già detto molto. Danfoss, il produttore chiamato in causa, aveva spiegato che i sistemi violati montavano un firmware obsoleto e non ricevevano più aggiornamenti di sicurezza. Aveva aggiunto di raccomandare da tempo ai clienti di passare a soluzioni più recenti. Le autorità francesi avevano allargato il campo segnalando compromissioni anche su apparati di altri marchi del settore. Le vulnerabilità poi erano note almeno dal 2025, quando l’agenzia americana CISA ne aveva segnalata una, con migliaia di interfacce raggiungibili online.
Sul movente ci sono solo ipotesi: c’è chi parla di vandalismo digitale, persino di ragazzini che si divertono. Finora nessuno ha rivendicato l’attacco né chiesto un riscatto.
Il problema è soprattutto organizzativo. Il frigorifero sta in una terra di nessuno: non lo gestisce l’IT della catena ma il frigorista, che lo controlla da remoto. In Francia gli stessi tecnici della sicurezza hanno invitato a controllare le polizze prima di interrompere il flusso di dati verso il manutentore. Spegnere l’accesso remoto, in altre parole, può significare violare un contratto. E mentre produttori, catene e installatori discutono di chi debba aggiornare cosa, il conto arriva al punto vendita: in Belgio si stimano già centomila euro di alimenti finiti nei rifiuti.
L’Agenzia per la cybersicurezza nazionale aveva diffuso già a ottobre un’allerta per distributori, logistica e manutentori. Oggi la stampa locale riferisce casi anche in Sicilia, in attesa di conferme ufficiali. Ma nessuno sa quanti impianti italiani siano davvero esposti, perché un censimento pubblico non esiste.
La lezione per la distribuzione è che efficienza, lotta agli sprechi e sicurezza informatica non sono più dossier separati. Un impianto connesso ma non protetto può rivelarsi un boomerang. Servono un inventario dei dispositivi in rete, clausole chiare con i manutentori e sensori di temperatura indipendenti dalla centralina. Ed è meglio fare in fretta.