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COP31 Antalya
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Eventi A cura di: Antonio Cianciullo

Antalya, la conferenza sul clima parte dalla tavola e chiama in causa la grande distribuzione

Intervista a Lorenzo Ciccarese, focal point per l’Italia dell’Ipbes

La prima giornata della Cop31, la conferenza Onu sul clima che si aprirà il 9 novembre ad Antalya, in Turchia, è dedicata al tema “salute e alimentazione”. È la prima volta che succede ed è un buon segno. Significa due cose. La prima è che l’intreccio tra clima, alimentazione e salute sta cominciando a emergere con forza a livello istituzionale. La seconda è che questo processo avviene in parallelo a una crescita della consapevolezza dell’opinione pubblica: l’aggravarsi della crisi climatica fa sperimentare le conseguenze che il ritardo nella transizione ecologica produce nelle nostre vite in termini di danni alla salute e saccheggio del portafoglio.

Ne parliamo con Lorenzo Ciccarese, focal point per l’Italia dell’Ipbes, la struttura delle Nazioni Unite che si occupa di difesa della biodiversità. “Concordo nel considerare importante l’aver messo in apertura dei lavori il nesso tra salute, alimentazione, clima. È lo stesso tema che emerge anche quando si parla di difesa della biodiversità”, dice Ciccarese, “Per affrontare il problema bisogna lavorare alla trasformazione di tre grandi sistemi: l’energia, il settore agro-alimentare, il ciclo dei materiali che utilizziamo”.

Mettere assieme i vari aspetti del dissesto socio-ambientale in cui siamo immersi non è solo un progresso metodologico: vuol dire cominciare a ragionare in maniera più corretta sulle risorse da mettere in campo, sul costo-beneficio di ogni investimento. Prendiamo ad esempio un investimento per migliorare la qualità di quello che ci arriva in tavola. I benefici per la nostra salute sono ovvi, ma ci sono anche quelli ambientali (perché un’agricoltura sostenibile significa anche meno emissioni serra), quelli economici (la crescita di valore del terreno, il dissesto evitato, i raccolti salvati) e quelli in termini di biodiversità (l’agricoltura è oggi una delle cause principali della perdita di specie viventi). In questa battaglia per la nostra sicurezza collettiva la grande distribuzione può giocare un ruolo importante in campo alimentare?

“Assolutamente sì agendo su due fronti”, continua Ciccarese. Il primo è quello di abbattere l’impatto ambientale delle catene di distribuzione del cibo. La grande distribuzione e il settore del retail sono responsabili di circa il 4% delle emissioni globali di gas serra generate dai sistemi alimentari, che a loro volta rappresentano un terzo del totale. Parliamo dunque di più dell’1% del totale delle emissioni serra: circa la metà delle emissioni prodotte dall’aviazione”.

E il secondo fronte? “Il secondo, e più importante, è proporre cibi che vengono da campi gestititi in modo sostenibile sia dal punto di vista ambientale che sociale. Penso a prodotti del territorio, al family farming, all’agricoltura biologica, ad alimenti che non sono costati deforestazione. La grande distribuzione può fare la differenza perché può orientare l’offerta”.

Qual è il messaggio dell’Ipbes per le imprese del settore alimentare?

“Le imprese devono rendersi conto degli impatti che la loro azione ha sulla natura e modificarli per ottenere un doppio vantaggio: aumento della sicurezza collettiva e allungamento della vita del business. Il numero delle aziende che si sta muovendo in questa direzione cresce e la grande distribuzione può avere un ruolo essenziale nell’accelerazione di questo processo, necessaria a evitare che l’aumento della temperatura provochi danni irreversibili agli ecosistemi indispensabili alla nostra sopravvivenza”. 

La COP31 (31ª Conferenza delle Parti) è il principale vertice internazionale organizzato dalle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Si terrà dal 9 al 20 novembre 2026 ad Antalya (Turchia).

       

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